Il vino nasce da tre cose: la vigna, la cantina e l’uomo

Un racconto di vigna, di mani e di tempo. Il mio modo di fare vino

La vigna è come una persona

Il vino nasce da tre cose: la vigna, la cantina e l’uomo.
Non in quest’ordine preciso, perché si intrecciano, si parlano, si tengono in equilibrio come tre gambe di uno sgabello. Se una cede, tutto cade.

Mi hanno insegnato che la vigna è come una persona: se la riempi di attenzioni inutili, la stanchi. Se la trascuri, non ti darà mai tutta se stessa.
Serve trovare quella via di mezzo che non te la insegna nessuno, perché ogni vigna è un mondo a sé.
Impari camminando, sbagliando, guardando le foglie e i grappoli come si comportano.

“Non voglio che il mio vino sia perfetto. Voglio che sia vero.”

Ci sono momenti in cui il vigneto sembra morto. D’inverno, quando tutto è spoglio e i rami sembrano ossa. È lì che capisci che la vita è sotto, nascosta, pronta a tornare. C’è qualcosa di commovente in quel silenzio: nessun rumore, solo il sibilo dell’aria fredda. Ti fa pensare a quanto poco dipende davvero da te.

Io passo tanto tempo a guardare, più che a fare.
Ogni anno è diverso, ogni annata ti insegna qualcosa.
Non c’è un manuale che valga per sempre. 

“C’è chi lavora la vigna come se fosse un campo di battaglia. Io preferisco minimizzare gli interventi.”

E poi c'è la cantina dove l’uva muta...

La cantina è un altro mondo, più intimo.
È il posto dove l’uva comincia a cambiare. Entri e senti odori che non esistono da nessun’altra parte: terra, lievito, umidità, qualcosa di dolce e qualcosa di ruvido insieme.

“In cantina non comando io. Ascolto.”

Guardo i tempi, i colori, i profumi. Osservo l'enologo che cerca di capire se è il momento giusto per spostare, travasare, imbottigliare. Ogni gesto ha un peso.
Se sbagli un’ora, rovini un mese di lavoro.

Mi piace quando il vino prende la sua strada, quando capisci che ormai non serve più toccarlo, che fa da solo.
È un po’ come con i figli: all’inizio li tieni per mano, poi devi lasciarli andare.

“Non voglio un vino mascherato, non coperto da legno o lavorazioni che ne cambiano il carattere naturale. Voglio che si porti dietro l’odore della vigna e la luce del sole in cui l’ho vendemmiata.”

Dalla cantina emerge il carattere del vino, e con esso la mia filosofia personale di produzione…

Ogni bottiglia per me è una storia. Non inventata, ma vera: fatta di mani, sudore e terra.
Non cerco di fare il vino migliore del mondo. Cerco di fare un vino che mi somigli.

Non so se ho uno stile, e non mi interessa averlo.
So cosa cerco: vini puliti, vivi, che ti lasciano la bocca fresca e la voglia di berne ancora.
Mi piace quando un vino è elegante senza diventare “fighetto”, quando non ti stanca, quando non vuole impressionarti.

“Il vino deve parlare del posto da cui viene. Se non senti il territorio, non serve a molto.”

Ci sono parole che nel mondo del vino si usano troppo: eccellenza, ricercatezza, esclusività.
A me fanno venire sonno.
Preferisco parole come onestà, chiarezza, pulizia.

Il vino come verità, non come competizione

Il vino, per me, è un modo di dire chi sei.
C’è chi lo fa per mestiere, chi perché è nato in questo mondo, chi per raccontarsi. Io lo faccio per passione.

Il vino è fatica, errori e tempo.
È la soddisfazione di vedere qualcosa che cresce, che cambia, che non puoi controllare del tutto.

“Non credo nei miracoli, credo nelle attenzioni.”

Capisco chi parla di vini senz’alcol, di salute e moderazione, ma non mi appartiene.
Togliere l’alcol significa togliere identità.
Un vino senza alcol è come un’estate senza caldo, come un abbraccio con i guanti.

Il vino, per me, è vino perché nasce da terra, tempo e lavoro.
È cultura, è convivialità, è rispetto.

Se devo scegliere il momento più intenso dell’anno, è senza dubbio la vendemmia…

La confusione, i secchi pieni, le mani che sanno d’uva, il rumore delle forbici, la fatica buona. Ogni volta sembra un rito, sempre uguale e sempre diverso.

“Il resto è solo accompagnarlo. E imparare a non rovinare quello che la natura ha fatto meglio di te.”

Fare vino è un cammino lento

E tutto questo mi ricorda che fare vino non è una corsa.
Non puoi correre più veloce di lei, non puoi saltare un passaggio.
Ti insegna la pazienza, ti insegna l’umiltà.

Il vignaiolo non è un mestiere comodo.
Ti sporchi, ti stanchi, sbagli.
Ma è un mestiere vero. Ti tiene con i piedi a terra e la testa in movimento.

“Non mi interessa fare vino per stupire. Mi interessa fare vino che piaccia.”

Il vino buono non ha bisogno di tante parole.
Solo di chi sa ascoltarlo.

Quando qualcuno apre una bottiglia di Cà Vendalis, vorrei che sentisse tutto questo: la vigna, il vento, il rispetto.
Vorrei che trovasse dentro un po’ di verità, anche se non perfetta.

Federico Sambinello

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